Di Maurizio De Blasio

Qualche giorno fa, e più precisamente il 25 marzo, è stato celebrato il Dante-dì; prima giornata nazionale dedicata alla figura di Dante Alighieri. L’iniziativa è stata promossa da diverse forze politiche, tra cui la nostra, in vista dell’anniversario, che ricorrerà il prossimo anno, dei 700 anni dalla morte.

In questo momento particolarmente difficile, e per alcuni drammatico, potrebbe apparire fuori luogo, o inappropriato, soffermarsi su questo argomento e dedicare qualche riga ad un evento di questo tipo. C’è ben altro da fare. Ci sono cose più urgenti. Certo.

Ma è proprio questa la situazione in cui servono da parte nostra, di noi che abbiamo scelto di fare politica, di noi cioè che ci candidiamo a governare la nostra comunità, tutte le idee, tutto il senso di responsabilità, tutta la passione che possiamo mettere incampo per risollevare le sorti di questo Stato, e della Nazione cheesso rappresenta. E il sommo poeta è virtualmente al nostro fianco, con le sue poesie, le sue prose, i suoi trattati, a raccontarci molto più di quello che siamo portati a pensare, e a fornirci molti più suggerimenti di quanti possiamo immaginare.

Dante Alighieri è, prima di tutto, un esempio. Nella sua vita, trascorsa quasi per un terzo in esilio (situazione che, con le dovute differenze, può richiamare l’immagine di questo nostro isolamentoimprevisto), ha sempre posto la sua opera al servizio della comunità; quella fiorentina, inizialmente, la quale però gli appare ben presto come parte di una Patria ben più ampia: l’Italia, il “bel paese là dove il sì suona”.

La sua è un’etica del dovere che gli appartiene da sempre. Ha ventiquattro anni quando decide di difendere in armi la sua città partecipando alla celebre battaglia di Campaldino che lo vede, da guelfo, combattere e vincere contro le armate ghibelline; e qualche anno in più, quando non si sottrae alla lotta successiva tra le fazioni guelfe dei “bianchi” – la sua – e dei “neri”, dalla quale, questa volta, uscirà sconfitto ed esiliato. Un esilio a cui non rinuncerà, qualche anno dopo, per non venire meno alla sua parola e alla sua dignità, e che gli svelerà quanto spesso quelle contrapposizioni, anziché scaturire da moti ideali, nascondesseropiù banalmente interessi privati e pubbliche ipocrisie.

Quante cose possiamo scoprire nelle sue opere: Vita Nuova, Convivio, De Vulgari Eloquentia, Monarchia, la Commedia (che diventerà “divina” solo molto più tardi)? La complessità dell’animo umano, innanzitutto. 

E poi, la nostra storia, le virtù italiche, il genio. Ma anche i nostrivizi, le debolezze; la nostra abitudine alla guerra fratricida e la tendenza, mai sopita, di affidarci allo straniero di turno, che Dante descrive senza timore e per il solo amore di verità, invitandoci a superarle con l’amor patrio e impegno civico.

Dante, in conclusione, non è solo l’autore di uno dei poemi tra i più importanti della letteratura mondiale (forse il più importante), e nemmeno soltanto il letterato che ci ha donato, più o meno consapevolmente, una lingua. È anche colui che ha posto le basi di quell’ideale patriottico che ha attraversato i secoli e le epoche, e alla cui base vi sono princìpi e comportamenti di cui c’è ancora un gran bisogno e che non possono cessare di essere il principale riferimento della nostra azione politica.

Ecco perché non è inutile né inappropriato parlare di Dante Alighieri, e celebrare la sua figura, in un momento che ci vede tutti impegnati, chi in un modo chi in un altro, ad affrontare una terribile emergenza. 

Solo imparando ad interpretare correttamente gli insegnamenti del passato, saremo in grado di trovare le soluzioni ai problemi di oggi, siano essi sanitari, economici o di altro tipo. 

Perché anche noi, tra qualche giorno, fuori da questa sorta di “inferno”, si possa dire: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

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